Lettera ai primi della classe

Lettera ai primi della classe
Anche se, a dirla tutta, questa definizione non mi piace. Perché racconta una posizione. Non una persona. E invece questa lettera è per le persone.
Per i ragazzi e le ragazze che, dietro ai risultati, ai voti e alle aspettative, continuano a portarsi dentro domande, paure, desideri, stanchezze e sogni.
Non sono mai stata una prima della classe. Anzi, per gran parte della mia vita mi sono sentita molto più vicina agli ultimi che ai primi. Solo all'università mi è capitato di essere tra quelli che andavano meglio. E ricordo la fatica di accettare un 28. La sensazione che un buon risultato non fosse abbastanza. La tentazione di misurare il proprio valore con un numero.
Fortunatamente questa esperienza è arrivata quando ero già grande.
Ma in questi anni ho ascoltato tanti ragazzi e tante ragazze che quella fatica la vivono molto prima. Non so fino in fondo cosa significhi portare quel peso fin da adolescenti. Non conosco davvero la sensazione di essere sempre quella da cui ci si aspetta il massimo a scuola.
Ma ho ascoltato abbastanza racconti da riconoscere la stanchezza che a volte si nasconde dietro i risultati.
Ho ascoltato la paura di deludere.
La fatica di concedersi una pausa.
Il bisogno di sentirsi sempre all'altezza.
E credo che anche questa sia una forma di solitudine.
E allora questa lettera è per voi.
Per voi che siete abituati ad andare bene. Per voi che sentite gli sguardi degli altri quando arriva un voto. Per voi che vi sentite dire: "Da te non me lo aspettavo." Come se un errore fosse più grave perché siete voi. Come se una caduta non vi fosse concessa. Come se il diritto di sbagliare fosse riservato a qualcun altro.
Essere i primi può sembrare un privilegio. Ma può essere anche un posto molto impegnativo. Perché ci si abitua a riconoscersi nei risultati. Perché si finisce per credere che il proprio valore debba essere continuamente dimostrato.
Perché si studia mentre gli altri escono. Perché si rimanda una pausa. Perché ci si impone una tabella, un obiettivo, un'altra pagina da finire. Perché si ha paura di deludere.
Gli insegnanti. I genitori. I compagni.
E qualche volta soprattutto se stessi.
C'è una fatica che pochi vedono nei ragazzi che vanno bene. La fatica di chi sente di dover restare sempre all'altezza. Di chi non sa più distinguere i propri sogni dalle aspettative degli altri.
A volte il problema non è un voto più basso. Il problema è quando per anni ti sei raccontato di essere "quello bravo". E allora ogni inciampo sembra mettere in discussione non un risultato, ma chi sei.
I vostri sogni possono essere grandi. Grandissimi. E non c'è niente di sbagliato nel desiderare di studiare, imparare, impegnarsi e fare bene.
Non c'è niente di sbagliato nel voler tenere aperte tante strade davanti a sé.
Anzi.
Spesso è proprio quel desiderio che vi fa crescere, vi aiuta a scoprire chi siete e ad arrivare lontano.
L'importante è che quel desiderio resti vostro. Che nasca dall'ascolto di voi stessi. Che non diventi una gabbia. Che non vi chieda di sacrificarvi continuamente per meritare il vostro valore. Che non vi faccia dimenticare il riposo, le amicizie, gli errori e la vita.
Vi auguro di continuare ad avere obiettivi grandi.
Ma vi auguro che siano abbastanza gentili da custodirvi lungo il cammino. E non così severi da farvi dimenticare chi siete.
Abbastanza profondi da nutrirvi. Abbastanza vostri da non dipendere soltanto dagli applausi o dai risultati.
Vi auguro di poter rallentare senza sentirvi in colpa. Di poter sbagliare senza sentirvi sbagliati.
Di poter prendere un voto più basso senza mettere in discussione chi siete. Perché non dovete essere perfetti per valere.
E non dovete essere sempre i primi per meritare amore, stima o fiducia.
Vi auguro di trovare un centro che non dipenda soltanto da una media o da una classifica.
Un centro che abbia a che fare con l'ascolto di voi stessi.
Perché il primo posto può essere un posto bellissimo da abitare, quando è scelto liberamente e quando non vi allontana da voi stessi.
Conta riuscire a crescere restando interi lungo il cammino.
